sabato 28 novembre 2015

Cap.1 - Corona d'Avvento

[...] Quando Chiara fu uscita, zia e nipote si misero all’opera.Cominciarono a intrecciare l’uno con l’altro i rami di abete raccolti durante il pomeriggio nel bosco del Tasso e dopomezz’ora l’aria tiepida della casa era già impregnata di un intenso profumo di resina.

– Credo che anche questa sera saremo sole a cena. Ci scommetti che Chiara mangia di sotto con papà e mamma? – disse Cecilia, annodando un pezzo di rafia.
Marta si strinse nelle spalle: – Passerà.
 

Il risultato del loro lavoro fu un’ampia e profumatissima ghirlanda che Marta pose al centro del tavolo in sala. Poi prese quattro candele rosse e le infilò equidistanti l’una dall’altra fra i rami verdissimi.
– Com’è bella! – esclamò Cecilia emozionata.
– È una corona d’Avvento, Adventskranz in tedesco – spiegò la zia.
– Proviamo a vedere che effetto fa con le candele accese?
– Non ancora, Ceci. Ne accenderemo una, una sola, questa sera, quando saremo finalmente tutti a casa.
– Perché una sola? – domandò delusa la bambina.
– Perché sta per iniziare la prima domenica di Avvento.
– E sabato prossimo?
– Ne accenderemo due. E così via, fino a Natale.


Erano quasi le nove quando, chiuso finalmente il negozio, la famiglia Ansaldi al completo poté godersi qualche minuto di pace. La corona d’Avvento piacque molto, perché era davvero bella e conferiva alla casa un’atmosfera natalizia
del tutto nuova. Chiara propose di collocarla su un tavolino basso tra il divano e le poltrone. In quel modo, ci si poteva sedere tutti intorno comodamente.
– Buon Avvento a tutti – augurò Marta, accendendo con un fiammifero una delle quattro candele rosse.


Poi imbracciò la chitarra e cominciò ad arpeggiare.
Intonò alcuni canti natalizi della tradizione francese, poi ne intonò alcuni in italiano che anche le ragazze conoscevano. Nacque ancora una volta un piccolo coro!
– È già tutto finito? – chiese contrariata Cecilia poco dopo, vedendo Marta che riponeva la chitarra.
– La zia deve uscire: ha un impegno – spiegò prontamente mamma Ansaldi.
– A quest’ora? E con questo freddo? Ma sei matta? – protestò la bambina.
– Non ficcare il naso negli affari degli altri – tagliò corto il padre. Ma il tono di voce non era affatto severo.


Fu in quel momento che Chiara comprese di non essere l’unica in famiglia a sapere. Del resto, era stato ingenuo da parte sua immaginare che i genitori non fossero a conoscenza dell’amicizia fra Marta e Italo Guerra. Da parecchio tempo, infatti, nelle conversazioni salottiere di Cassanico si parlava, peraltro con grande simpatia e ammirazione, del legame tra il maestro e la professoressa.
Con ogni probabilità, l’unica all’oscuro di tutto era proprio Cecilia: si era deciso così, per evitare che la ragazzina si sentisse “la nipote dell’amica del maestro”.
 

Marta scomparve nella camera bella, si preparò rapidamente e uscendo si affacciò a salutare ancora una volta: – Buonanotte a tutti!
– Notte, zia...
Chiara la guardò per un istante e subito pensò: “È bellissima”. I boccoli biondi che cadevano morbidamente sull’impermeabile, il fisico asciutto dai movimenti eleganti, gli occhi azzurrissimi evidenziati da una sottile linea di eye-liner, le labbra già atteggiate a sorriso e rese lucenti da un velo di rossetto chiaro... Tutto contribuiva ad accentuare quel non so che di cui Marta era naturalmente dotata. “Del resto – pensò Chiara – la zia ha classe perfino in pigiama e
ciabatte”.


[...]  Quella sera a letto la ragazza stentò a prendere sonno. Nella sua mente si affollavano suoni e immagini, come se stesse guardando contemporaneamente decine di film.
Si rigirò fra le lenzuola e cercò di mettere ordine fra i pensieri che le turbinavano in testa, come se fossero stati fotogrammi cinematografici da sistemare alla moviola. E l’uno dopo l’altro, guardò i diversi “film”.


“Ognuno ha la sua storia” pensò Chiara, annusando nell’aria il profumo di pino e di cera fusa, che dal salotto era arrivato fino in camera delle ragazze.
E sentì che nel suo cuore serpeggiava una specie di malinconia, perché quei film raccontavano, in realtà, la vita degli altri: parenti e amici a cui accadevano cose più o meno importanti. Mentre a lei, in fin dei conti, non capitava mai nulla di significativo. “I mesi volano e io passo il tempo guardando gli altri vivere” sospirò tra sé.

[...] 

[Tratto da: "La camera bella" di Laura Blandino - Piccola Casa Editrice, 2014]
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sabato 14 novembre 2015

Parigi, 13 novembre 2015

Je vous salue, Marie pleine de grâce; 
le Seigneur est avec vous.
Vous êtes bénie entre toutes les femmes 
et Jésus, le fruit de vos entrailles, est béni.
Sainte Marie, Mère de Dieu, 
priez pour nous pauvres pécheurs, 
maintenant et à l’heure de notre mort.
Amen.
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lunedì 2 novembre 2015

Cap. 8 - Il giorno dei morti

[...] Era un pomeriggio pieno di sole e il cimitero, così affollato e ricco di colori, sembrava quasi un luogo ameno in cui incontrarsi per una delle tante occasioni mondane dell’anno. [...]
– Se fossi morta mi farebbe piacere avere una bella tomba con tanti fiori colorati – osservò Cecilia tra sé e sé.
– Che stai dicendo? Che discorsi sono questi? – brontolò mamma Ansaldi, che aveva udito il commento.
– Perché? Preferiresti una tomba abbandonata e spoglia e tutta sporca?
– Insomma, piantala! Non mi sembra il caso di pensare a cose di questo genere!
– Ma a che cosa dovrei pensare in un cimitero?
Chiara intervenne: – Di’ un “Eterno riposo” e chiudi il becco.
“Sono proprio strambi i grandi – rifletté Cecilia. – Parlano sempre di cose serie, ma se poi uno tira fuori l’argomento più serio di tutti, si scandalizzano subito”.
– Vieni con me – mormorò allora la nonna, che era la sola in grado di capire queste cose e di parlarne con serenità.
– Dove mi porti?
– Dal nonno. O preferisci i convenevoli con le amiche di tua mamma?
– Per carità!
Il nonno riposava in un loculo in fondo alla parete orientale del cimitero. Il marmo era bianco e lucidissimo, perché la nonna non era come i più, che al cimitero ci vanno solo il giorno dei morti.
– Non me lo ricordo il nonno da vivo, però mi piace tanto in questa fotografia, sembra che sorrida...
– Era una persona molto allegra e affettuosa.
– Vi volevate bene, vero?
– Un bene grande così – e la nonna spalancò le braccia, sorridendo. Poi soggiunse: – Ogni anno, per il nostro anniversario di matrimonio, mi regalava un bel mazzo di rose rosse e io mi sentivo... come una regina!
Cecilia adorava questa nonna che, a dispetto del volto rugoso e dei capelli bianchi, era giovane, giovanissima: una delle persone più giovani del mondo! Non ricordava di averle mai sentito pronunciare una sola volta frasi come “Ah, i ragazzi d’oggi!”, o “Eh, ai miei tempi...”.
Verso le cinque del pomeriggio tutti fecero ritorno alle loro case. Solo Cecilia rimase ancora qualche minuto nel cimitero ormai deserto. Passeggiò nei vialetti, si guardò intorno, osservò le tombe più ricche di fiori.
Il mattino successivo in Frazione San Giovanni, quando la nonna aprì la porta di casa per andare a far la spesa all’emporio, trovò sulla soglia un grande mazzo di rose rosse. Al fiocco viola era attaccato un foglietto di quaderno:
“Il nonno non può più regalarti le rose, allora lo faccio io, perché ti voglio bene come lui e anche di più. Così ti sentirai di nuovo come una regina. Un bacione. Ceci”.
Quel mattino, in via del tutto eccezionale, sulle guance rugose della nonna scorsero abbondanti le lacrime.
 
[Tratto da: “La camera bella” di Laura Blandino]